Da questo punto di vista, l’idea che “il concetto di classe è un concetto comunista” di Margaret Thatcher (verosimilmente per lo stesso motivo per cui “la società non esiste”) sembrerebbe interpretare un sentimento diffuso: la parola tende a evocare un immaginario socialista che, a quasi trent’anni dalla Guerra fredda, appare ai più sbiadito e anacronistico. In questo contesto, le teorie del riconoscimento hanno svolto un ruolo strategico nel fornire un lessico alternativo, capace di reinterpretare la “grammatica morale” (Honneth) dei conflitti in un modo che l’idea della lotta di classe non riusciva più a rappresentare. Altri hanno parlato di “individualizzazione”: secondo Ulrich Beck, a fronte della logica sempre più individuale della modernità, quella di classe sarebbe una “categoria zombie” cui riservare degna sepoltura. Se si intende l’idea di una coscienza di classe o di un forte senso di appartenenza a un gruppo sociale, chiamando in causa l’azione politica collettiva, è facile dire che le classi non esistono più. Facebook e Twitter sembrano più Social Network per comunicare al mondo "cosa si sta facendo in quel preciso istante".... come se sapere che Pinco Pallino è in doccia, mi ravvivi la giornata...."Evviva, si lava anche lui!!" Carol mi conosce molto bene e sa quanto io sia affascinata dalle libellule, al punto di pensare di tatuarmene una sulla scapola destra. Settembre 1996 a cura dell' Associazione Cultura Popolare . UIL scuola, malgardo l’emergenza pandemia ,le classi pollaio esistono ancora. A sua volta, sottolinea Fraser, il genere si comporta come una categoria doppia, perché non descrive soltanto forme di svalutazione simbolica delle donne, ma struttura anche la divisione del lavoro, per esempio attribuendo alle donne l’intero carico del lavoro di cura. Perché? Più che mai è tempo che tutti coloro che condividono le medesime preoccupazioni, sul piano sociale e su quello politico, trovino le modalità per agire in sintonia. Ancora sulle elezioni dal punto di vista della sinistra di classe . Quindi eccomi qui ad esprimere la mia "logorrea" (?)*. perchè lavora nel campo della ristorazione e non è al suo livello. La fotografia scattata dall’ISTAT sulle classi sociali in Italia è spietata, non esistono più le classi sociali del novecento, si sempre lo scorso millennio, sparisce la borghesia e soprattutto sparisce la classe operaia, gioia e dolori della politica italiana. Non fraintendete: anche io sono iscritta ad entrambi, ma mi sentivo limitata, forse perché amo talmente scrivere che avere un numero esatto di caratteri da utilizzare, mi dava una sensazione di soffocamento. Protagonisti di questo deflazionamento generale del concetto di classe sono stati, a vario titolo e in modi diversi, il femminismo, il post-marxismo, le filosofie post-moderne, nell’ambito di un doppio movimento che va dall’arena politica all’accademia e viceversa. La società è cambiata, e con essa la geografia delle classi: la vecchia classe operaia non esiste più nelle forme tradizionali. Il titolo potrebbe essere anche: come siamo e come siamo cambiati secondo Istat. In uno dei capitoli finali dell’autobiografia di Agnes Heller (“Il valore del caso La mia vita”; pag. Il materiale grafico e fornito da terze persone; tale materiale pubblicato non risente di controlli per i copyright, poiche le eventuali responsabilita ricadono su chi lo ha fornito. Fra i maggiori critici del concetto di classe troviamo in prima linea i progressisti. Le classi sociali esistono anche tra scrittori E si fanno sentire . Per parte loro, i difensori dei diritti sociali non prendono sul serio l’idea che l’esclusione dal riconoscimento sia politicamente rilevante e non può essere derubricata a epifenomeno della lotta di classe. La questione dell’esistenza o non esistenza delle classi è essa stessa una posta in gioco nella lotta fra le classi”. La questione non si lascia derubricare a diatriba terminologica o sociologica, tendendo a sconfinare sul piano politico. La vecchia idea di una gerarchia fra questioni ‘strutturali’ e questioni ‘sovrastrutturali’ sembra riemergere nella forma di una delegittimazione dei conflitti culturali o di una loro riduzione a conflitti di classe in ultima istanza. Da questo punto di vista, se alcuni hanno preferito abbandonare il concetto di classe, altri si sono presi la briga di ripensarlo. Un blog che prende spunto da fatti personali per esprimere qualsiasi mio pensiero, insomma un diario "generico", poiché non posso fare a meno di scrivere. L'arabo allora ha il suo status confermato e quindi parla ancora più tranquillamente. Significativamente, all’estremità inferiore della mappa di sette classi emersa dallo studio guidato da Savage troviamo il precariato. Secondo Butler, il presupposto delle critiche è una discutibile distinzione fra “vita materiale” e “vita culturale”, che risponderebbe a una tattica della “sinistra egemonica” intesa a squalificare i nuovi movimenti sociali. Pensate, si appoggiano sull'acqua e stanno lì a godersi il momento, ma all'improvviso eccole ripartire grazie alla loro "leggera velocità". Nel 2010 esistono ancora le classi sociali? Il proletariato Ma è proprio vero che il proletariato non esiste più? The Demonization of the Working Class, Owen Jones ha notato che se nel Regno Unito commenti razzisti o omofobi sono ormai da tempo banditi, lo stesso non si può dire di espressioni classiste come chav, grossomodo traducibile con ‘tamarro’ o ‘poveraccio’ — al punto che il termine può essere utilizzato pubblicamente senza conseguenze. Si tratta della soluzione proposta da Nancy Fraser nel dibattito con Axel Honneth in Redistribution or Recognition? Questo esercito di figli della classe media divisi fra gig economy ed emigrazione all’estero vivrebbe una peculiare condizione esistenziale di scollamento fra aspirazioni e realtà, entro il contesto di un generale abbassamento della soglia di ciò che si può realisticamente pretendere. Tanto più che l’idea di una staccionata fra l’‘economico’ e il ‘culturale’, che costituisce il presupposto logico dell’intero dibattito, non funziona. A differenza del proletariato tradizionale, protetto da un sistema di diritti e dai sindacati, i precari incarnerebbero un inedito movimento di regressione nell’esercizio dei diritti di cittadinanza. È il caso di Erik Olin Wright, che di recente ha sostenuto la necessità di superare le vecchie “battaglie fra paradigmi”, in favore di un pragmatismo capace di integrare in un unico modello letture solitamente ritenute incompatibili. Si è parlato di una ‘cetomedizzazione’ della società – si pensi al Tony Blair di “we’re all middle class now” –, e di una generalizzazione di stili di vita prima riservati a fasce più ristrette di persone; una tesi piuttosto difficile da sostenere dopo la fine del Boom economico e a fronte della crescente polarizzazione delle diseguaglianze globali. Ormai sembra essere una moda, o forse un'epidemia, ma trovo sia una forma democratica per esprimere le proprie opinioni e, soprattutto, per poter davvero scrivere le mie idee su quello che più mi sta a cuore. Si direbbe che faccia parte di un orientamento eterogeneo che, a partire almeno dagli anni Ottanta, ha attaccato da ogni parte il concetto di classe. di Checchino Antonini. Statisticamente il figlio di un ricco farà un lavoro molto ben retribuito e il figlio di una famiglia povera potrà aspirare spesso solo a lavori minori. Davide Bregola - Sab, 12/09/2015 - 07:00. da Mantova. Quanti sono i lavoratori? Le classi inferiori abbassano le loro voci. A chi mi ha dato questa idea, e a chi mi dice, da sempre, che le piace leggere quello che scrivo: la mia adoratissima "picci-ri-picci" Carol! In generale, questo discorso definito a seconda dei casi identitario o culturalista include uno spettro eterogeneo di posizioni, che vanno idealmente dalla rivendicazione identitaria alla negazione di ogni statuto di esistenza alle stesse identità – ridotte ad atti performativi – di Judith Butler. Si incontreranno mai Pisapia e Speranza? Non solo le classi esistono, ma oggi si differenziano sempre più non solo in base alla cultura, ma soprattutto in base al denaro. È la parola “classe”. Senza una politica di classe, idee come ‘diversità’ e ‘non-discriminazione’, come ha scritto Nancy Fraser, sono suscettibili di appropriazione indiscriminata. Squalificare come ‘non politiche’ queste istanze fa il paio con la pretesa di detenere il monopolio della ‘giusta rivendicazione’, e i confini di ciò che è legittimo considerare politico diventano essi stessi una posta in gioco, come argomento da mobilitare nell’agone o come titolo preventivo a prenderne parte. Attraverso due letture del riconoscimento diverse fra loro – come bisogno umano universale il primo, come rivendicazione culturale il secondo – l’idea di riconoscimento ha contribuito a dare voce a istanze che premevano da tempo e rispetto alle quali il lessico delle classi appariva inadeguato. (A poco serve ricordare che persino nel marxismo l’idea di una ‘coscienza di classe’ è concettualmente distinta da quella di classe). Nello stesso modo il dibattito pubblico sembra impegnato da qualche anno in un’elaborata partita di Taboo pur di non pronunciare una certa parola. Del resto, se la classe funziona come un filtro selettivo, come un recinto invisibile che circoscrive preventivamente il campo di ciò che è ragionevole aspettarsi (“il campo del possibile” di Bourdieu), la dialettica di rinegoziazione fra i due poli della traiettoria – le aspirazioni e la realtà, appunto – tipica di ogni esperienza di classe, diventa particolarmente dolorosa nel caso del declassamento. Economia e cultura, una falsa alternativa? Come avrete intuito: amo il cielo e l'acqua. La foto in copertina è stata scattata da Fabrizio Caloni, che ringrazio di cuore per questa bellissima immagine! Judith Butler ha risposto alle accuse di “culturalismo” con un saggio significativamente intitolato Merely Cultural. Tuttavia esistono, e direi che sono molteplici, non è possibile mettere tutto in una piramide. Ahah. A sostegno di questa tesi non mancano letture banalizzanti e caricaturali, che accusano per esempio i difensori dei diritti LGBT di complicità con il capitalismo mascherata da progressismo. Se la critica femminista ha mostrato che le diseguaglianze di genere seguono una logica autonoma, irriducibile a quella di classe, i post-marxisti hanno insistito sul carattere politicamente limitato dell’idea di classe. Come ha scritto Bourdieu, “finché ci saranno classi, ‘classe’ non sarà una parola neutrale. Le classi sociali in Italia. In questo quadro, ciascuno si costruisce il nemico a immagine e somiglianza di ciò che è più congeniale alle proprie intenzioni polemiche. Si tratta di una forma di malessere che Raffaele Ventura, facendo il verso a Veblen, ha catturato con l’espressione “classe disagiata”: si tratterebbe di una “classe aspirazionale”, che nel continuare a desiderare quello che non può più avere trova il suo tratto distintivo. Le classi non corrispondono semplicemente a fasce di reddito o a categorie occupazionali: come scrive Savage, le classi sono “cristallizzazioni di vantaggi”: i marxisti direbbero che il reddito è solo un effetto dei rapporti di produzione, e che confonderlo con le classi è un modo di scambiare le cause per le conseguenze. Non è da sottovalutare la natura politicamente divisiva del concetto. le classi sociali non esistono più. Nella sua versione più mediatica e popolare, l’idea è che si debbano mettere da parte le questioni di genere, sessuali, culturali per tornare a occuparsi dei ‘veri problemi’.